parole nel sonno


mercoledì, febbraio 25, 2004

 

Lampedusa

C'era una volta un'isola.

Si chiamava Lampedusa e si trovava fra L'Africa e l'Italia. Aveva una forma strana; assomigliava molto a un geco. Stessa coda lunga e tortuosa, stesso corpo goffo e ben saldo. Lampedusa stava ben salda sul Fondale Marino, avvinghiata a lui con tutte le sue forze, come impaurita  dalle onde, che con il loro dondolio sembravano volerla portare lontano, chissà dove. Lampedusa dormiva tanto. Il suo respiro riscaldava il mare che la circondava, la sua anima silenziosa e tranquilla subito si diffondeva per le spiagge e tutto sembrava sospeso. Specialmente d'estate, quando faceva caldo Lampedusa brillava.

Il sole rendeva le sue soffici spiagge bianche come panna montata. Qualche pietruzza lì in mezzo brillava più delle altre e sembrava quasi che tutti i granelli fossero animati, che frizzassero allegri e chiacchieroni. E sì, ne facevano tante di chiacchiere. Parlavano di tutte le persone che avevano toccato e avvolto con il loro calore. Si lamentavano dei piedi pesanti che li avevano calpestati fino a farli sprofondare in fondo in fondo, dove la spiaggia abbraccia il mare e diventa bagnata. Ricordavano con piacere i piedi leggeri delle donne che  li avevano accarezzati e fatti anche un po' arrossire. Ma soprattutto ricordavano le mani dei bimbi che li avevano manipolati, messi sottosopra e sconvolti per costruire malfermi castelli di sabbia. Quante vertigini lì sulla torre, e quante cadute quando l'acqua del mare li aveva cancellati.

Dicevamo...Lampedusa d'estate dormiva, ed era tanto calma, ma ogni tanto un sussulto l'agitava.

Lei non capiva quale fosse il motivo di questo scossone.. Aveva una vertigine e si sentiva in balia di una forza sconosciuta che inevitabilmente la spostava. Era stano perchè di solito erano sussulti che duravano una frazione di secondo; passato quel secondo peroò, le cose non erano più come prima. Lampedusa si sentiva sempre ben salda al suo Fondale Marino, ma chissà perchè in una posizione diversa.

Un giorno fu lo stesso Fondale Marino a spiegarle il mistero. E così Lampedusa venne a sapere che in fondo in fondo, dopo chilometri di spiaggia, di sassolini, di terra bagnata c'era il fuoco. Un manto morbido di fuoco vivo, rosso e allegro sempre in movimento. Su di lui galleggiavano tutti i fondali marini qua e la interrotti da qualche piccola montagnetta e fiumiciattolo da cui finalmente il fuoco si liberava e andava a scoprire la fresca vita dell' acqua. Queste fughe e questi viaggi fugaci preoccupavano mamma terra che si agitava facendo vibrare tutto ciò che la ricopriva,  e quindi anche Lampedusa.

 Così passavano le stagioni. D'inverno Lampedusa era più sileziosa del solito. Lei si sentiva più viva e dormiva di meno, ma si preoccupava di non disturbare tutti quegli esseri a cui lei dava riparo.

I sassolini non frizzavano più, dormivano e si tenevano stretti stretti per sentire meno freddo. Si  facevano compagnia, ogni tanto cantavano e sempre si raccontavano le loro avventure.

Anche l'erba era più verde. Felice perchè non aveva più sete, aveva un colorito smagliante e fresco.

Nessuno la calpestava e lei doveva solo preoccuparsi di non disturbare gli insetti, le formiche e le coccinelle che le passavano fra i piedi. Quando pioveva poi era particolarmente contenta. Su di lei cominciavano a passeggiare le lumache, e lei si divertiva ad osservare quelle antenne e quei corpi morbidi e goffi che si trasportavano le case sulle spalle. Erano così lenti, ma camminavano eleganti lasciandosi dietro un filo argentato e un po' appicicoso. Era come se volessero dire che di lì erano passate loro . Era come un ringraziamento all'erba che le aveva sostenute  e non si era piegata sotto  il loro peso. Così Lampedusa era come una grande casa dove tutti avevano un posto dove dormire. Ma c'era un posto speciale.

Si trovava vicino a una spiaggia un po' nascosta. Qui c'era una piccola striscia di sabbia che portava all' Isola dei Conigli. E L'Isola dei Conigli altro non era che la figlia più grande di Lampedusa. Era nata da una amore dolcissimo con il Fondale Marino che poi si era costruito quella piccola striscetta di sabbia per poter toccare contemporaneamente la sua  amata e alla sua bimba. Ma come tale il Fondale Marino era sempre coperto dall'acqua, quindi faceva su e giù, compariva e scompariva a seconda delle maree. L'Isola dei Conigli era una brava bambina. Era un po' alta e tortuosa, e poca gente l'andava a trovare, ma in lei c'era qualcosa di speciale.

Fra le sue braccia infatti trovavano riparo le tartarughe giganti. Qui dormivano e deponevano le loro uova, e nella tranquillità di un'infanzia serena  e silenziosa si prendevano cura dei loro piccoli.

 

I piccoli erano prima tante piccole palline un po' sgorbie e calde, piene di puntini come uno strano morbillo.

Stavano sempre ferme come se dormissero avvolte dalla sabbia. Ad un tratto poi si muovevano; si vedevano delle piccole spaccature a forma di zig-zag e le piccole tartarughine venivano fuori. Erano bruttine, un po' impaurite e non sapevano nè cosa fare nè dove andare, fino a quando la mamma diventava anche la loro maestra e insegnava  loro a vivere. Ma nell'Isola di Conigli abitava anche qualcun' altro. Questo qualcun'altro si chiamava Fango.  Era difficile dire chi fosse perchè non aveva una sua forma.

Ogni minuto cambiava. Prima era pietra, poi diventava come una crema, se  a contatto con l'acqua, e poi prendeva la forma ora di un uomo, ora di una donna, ora di un bimbo, ora di chissà chi. Fango, poverino, non aveva una sua vita propria. Non parlava, non si lamentava, si lasciava prendere, manipolare e lavare via.

Così finiva spesso le sue giornate nell' acqua salata del mare o nella valigia di qualcuno che se lo portava  a casa dopo le vacanze. Fango era tanto, avvolgeva  tutta l'Isola dei Conigli e con lei divideva la sua esistenza.

Isola dei Conigli aveva tante montagnette su di sè. Erano piccole alture da cui la vista si disperdeva nell'azzurro del mare.. Il Mare, com'era bello!!! Ora verde, ora azzurro, ora blu, ora quasi bianco. Non si fermava mai. Un giorno brillava come argento sotto la luce del sole. Un giorno era cupo e nero come la notte tempestosa. A volte, calmo, dolcemente cullava in una tenera ninna nanna le anime che custodiva.

A volte invece le agitava, le uccideva, le sballottolava, le girava e rigirava facendo loro venire il mal di testa.

Era sempre freddo chissà perchè...Nonostante fosse sempre a contatto con le sabbia rovente lui non cedeva mai un po' della sua frescura. Era sempre lui, freddo e agitato da correnti che dal mare aperto giungevano a turbare la sua quiete.. Mare era sempre un tetto sicuro e trasparente per tutti coloro che abitavano il Fondale Marino. Erano piante, pietre, coralli, fiori, stelle, ricci, pesci. Di tutte le forme  e di tutti i colori sembravano sempre indaffarati alla ricerca di qualcosa. Un cavalluccio galleggiante cercava di non rimanere impigliato nell' Alga. Lei ondeggiava ammaliante, bella e sensuale, cercava di afferrarlo, ma lui resisteva e si accodava ai Gamberi, che camminando a ritroso proteggevano il suo cammino. Una stella marina cambiava colore. Si attaccava e staccava dal fondale, come se non fosse sicura di voler stare proprio lì.

Si agitava, e ansimante spesso doveva liberarsi dalla folla dei suoi ammiratori che la volevano sposare.

C'erano tanti esserini. Sembrava che il mare fosse un mercato variopinto dove tutti cercavano di attarsi a vicenda mettendo in mostra le cose più belle che avevano e producendo i suoni più strani che mai si potessero udire. In mezzo a tutta questa confusione abitavano Cirillo, Metodio e Grusenka. Erano tre pesci provenienti dal Mar Baltico, che dopo tanto errare e vagabondare per le fredde acque dell'Oceano Atlantico avevano passato lo Stretto di Gibilterra e ora, nel Mediterraneo, avevano raggiunto Lampedusa. Erano tre pesci russi. Cirillo era giovane, portava il ciuffo lungo sulla fronte e girava sempre con lo sguardo innamorato e incantatore. Metodio era anziano. Aveva la barba lunga, i baffi arricciati e due grandi occhiali di madre perla. Non ce la faceva  a nuotare da solo, e si era fatto costruire una pinna di riserva che usava a suo piacimento. Grusenka era una giovinetta dai lunghi capelli. Da bambina li portava legati in due lunghe trecce, ma ora che era una donna, li portava sciolti in due lunghe striscioline lisce che l'appesantivano un po' e spesso la facevano impigliare lungo il suo cammino. Metodio faceva loro da guida. Erano scappati dal Mar Baltico perchè lì da poco c'era stato un incidente. Una nave piena di petrolio vicino la Danimarca si era incagliata, e tutto il petrolio che conteneva aveva annerito, appesantito, e addormentato per sempre il freddo mare del Nord.

Cirillo, Metodio e Grusenka erano riusciti a scappare. Avevano nuotato per mesi e  mesi ed erano giunti in un paese completamente nuovo. Era caldo, molto diverso dal freddo mare cui loro erano abituati, ma qui erano subito stati accolti con grandi sorrisi e un'ospitalità tipicamente mediterranea.

I pesci maschi erano irresistibilmente attratti da Grusenka. C'era qualcosa ci speciale in lei. Aveva il tipico sguardo languido e ammaliatrice di chi viene da lontano. Appariva fredda, glaciale, altera, ma i pesci maschi del Sud erano come ipnotizzati da lei. La seguivano ovunque, le fischiavano dietro, le mandavano baci e le regalavano fiori, ma lei schiva e altezzosa nuotava tenendo per mano Cirillo e suscitava in tutti invidia e gelosia. Erano una strana coppia. Grusenka cosi' delicata e ignara di se stessa e della sua bellezza, Cirillo cosi' spavaldo e orgoglioso. Pesce del nord aveva fatto breccia nei cuori dei pesci femmina che subito si erano innamorate del suo ciuffo, e in sua presenza arrossivano, e sentivano tanto caldo da doversi rinfrescare con il ventaglio. Metodio passava così in secondo piano. Lui nuotava da solo dietro la coppia, e con fare indagatore scrutava il nuovo mare sperando di ritrovare i segni dei suoi ricordi e somiglianze con il mare da cui veniva. Certo era un po' malinconico e ogni tanto pensava alla sua Tatjana che riposava chissà dove ignara di tutto ciò che era successo. Rimasto vedovo, aveva deciso di seguire  Cirillo e Grusenka per proteggerli da ogni pericolo. Loro avrebbero tenuto vivo il ricordo del Mar Baltico e con il loro accento slavo avrebbero permesso al sangue e l'anima della Russia di mescolarsi con quello del Mediterraneo per consolidare quella debole fratellanza  che mai nessuno era riuscito veramente a consolidare.

Abitavano in una piccola grotta nell'angolo più remoto del mare di Lampedusa. Lì raramente giungeva la luce del sole, ma solo il suo riflesso, che filtrando attraverso le gocce salate si scomponeva in un arcobaleno che avvolgeva la grotta in un'atmosfera di fiaba. Un guscio di conchiglia era il loro giaciglio, una lumachina faceva da comodino e alghe più o meno trasparenti fungevano da tende, lenzuola, tappeti. La loro casa era orientaleggiante, con tante lucciole marine a mo di piccole candele, e  fiori odorosi come incenso.

Ma c'era un angolino tutto particolare. Era l'angolo tipicamente russo delle immagini sacre. Qui piccole icone raffiguravano antichi pesci storici, divinità di un paese lontano che solo Cirillo, Grusenka e Metodio conoscevano. Davanti a loro brillava sempre una fioca lucina, e quell'angolo magico e quasi incantato era come un mistero che attirava irresistibilmente i curiosi pesci mediterranei.

 


postato da sarocka | 18:07 | commenti

Notte

 

Chiudi gli occhi amico mio..

Lascia che le mie labbra

sfiorino il tuo viso,

che bacino le i tuoi occhi

per sentire l'infinito.

Lascia che le mie guance

diventino rosse

per la vergogna e il piacere

di un limite superato.

Lascia che la mia voce

tremi nel dirti "TI amo".

Lascia che le mie mani

sfiorino la tua pelle

per percepire la tua essenza.

Lascia che il mio io

s'impadronisca della tua anima.

Lascia che la tua dolcezza mi elevi,

che la tua tenerezza

mi renda leggera,

che mi faccia volare

nella magica atmosfera

di un cielo notturno

dove stelle dormienti

emettono un sussurro incantato

che avvolge d'infinito

il cuore di un uomo e una donna

che dormono mano nella mano...

 


postato da sarocka | 18:06 | commenti

Per il dottor Zivago

Un soffio di vento profumato giunge da un rifugio lontano.

Un sussurro selvaggio riempie il silenzio della notte.

Il rumore di un' onda che s'infrange sulla spiaggia bagnata di pioggia

fa da sottofondo a una luce che brilla.

E' lì sospesa, appesa a una coltre cerulea.

Ammicca, scintilla,

si accende e si spegne.

Guida sicura di chi da quaggiù

cerca una risposta ai sussulti dell'anima.

Un libro straniero l'ha risvegliata.

L'ha annoiata, l'ha incuriosita,

meravigliata, stupita.

La storia di un amore rivoluzionario,

gli orrori di una vita lacerata.

Strappata dalla quotidianità

e immersa nell'oscurità

della malvagità umana

che un ideale ha reso ferina.

Un dottore dall'animo poeta.

Sedotto da due donne orgogliose,

in bilico fra due famiglie che non può avere

da' sfogo alle sue lacrime

in pagine che spera facciano piangere altri.

Il freddo del suo pensiero

e il calore del suo cuore

riempiono l'atmosfera che mi circonda.

E' bello perdersi nelle parole di chi

ha il potere di toccare la mia essenza.

Lasciarsi trsportare,

immergersi nella vita narrata

che l'inchiostro e la carta

rendono indelebile ed eterna maestra del futuro.


postato da sarocka | 18:05 | commenti